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domenica 30 luglio 2017

Dopo la fondamentale attenzione alla cura dell'Autonomia e dell'Amore, quali elementi ineludibili di qualsivoglia percorso educativo e terapeutico, l'ultima categoria del nostro A.A.A. Project si concentra sulla dimensione dell'Alienazione, intendendo con questa nulla di negativo, ma un necessario processo che, certo, può anche avere risvolti negativi, ma che, proprio grazie alla cura educativa, può e deve assumere la sua valenza positiva e evolutiva, fornendo il proprio contributo al raggiungimento del benessere.

Per comprendere appieno tale valenza positiva e la necessità di un lavoro che si faccia carico di governare questo aspetto nel processo di cura, dobbiamo anzitutto rifarci alla lettura tradizionalmente negativa che attribuismo a questo termine e che ci restituisce l'idea di qualcosa di estraneo, altro da noi o, parimenti, qualcosa da allontanare, da cui prendere distanza.

Non a caso questo lemma è spesso utilizzato per indicare coloro che vivono ai margini o che esprimono comportamenti fuori dalla norma, ma ha anche un uso più generico teso comunque a segnalare un disagio, una non adeguatezza, in questo caso riferita all'uomo contemporaneo e il suo essersi estraniato dalla natura; per non parlare, infine, della sua valenza forse più estrema, quando cioè riferisce di creature talmente altre da non essere umane: gli alieni, appunto.

Potremmo dunque affermare che l'Alienazione è, anzitutto, il rischio reale che corre l'uomo contemporaneo di essere emarginato, allontanato, estraniato, addirittura non considerato umano o, al limite, considerato meno umano quando, per diversi motivi, mostra segnali di divergenza rispetto a una certa idea di "normalità" definita su base numerica rispetto a ciò che una certa maggioranza fa o pensa.

Non a caso il terribile aggettivo "minorato" (ahinoi non ancora del tutto debellato) ha in sé non solo il senso di una sottrazione da qualcosa che si presume maggiore, ma dice anche di qualcosa che è numericamente risibile rispetto ad una maggioranza che, solo perché tale, diviene di per sé il parametro con cui confrontarsi e a cui doversi adattare, pena -appunto- l'Alienazione.

La prima sfida della cura sta dunque tutta nella lotta (e chi conosce questo mondo sa che di vera lotta si tratta) per smarcare il soggetto in difficoltà da qualsivoglia intenzionalità alienatoria: da quelle più bonarie e a "fin di bene" a quelle più spietatamente avverse.

Si pensi, ad esempio (non ci stancheremo mai di ribadirlo) ai vari test di qualsivoglia rilevanza e indagine della funzionalità umana e alle varie diagnosi che ne discendono e che, proprio su base statistica (ovvero distinguendo una maggioranza di comportamenti "giusti" e adeguati da una minoranza di comportamenti "erronei" e alienati) traggono le loro conclusioni.

Insieme al lavoro di trasformazione dell'Alienazione che dia al soggetto la possibilità di viversi e essere vissuto non come persona fuori dalla norma, ma quale persona che, invece, racconta e rende opportuna un'altra norma (tanto più arricchente e importante quanto più estranea alle consuetudini della maggioranza); è necessario, altresì, intraprendere un percorso che restituisca al soggetto stesso questa accezione di sé.

Questa seconda fase della cura, afferisce sostanzialmente al concetto hegeliano di alienazione, ovvero, per dirla sinteticamente, all'idea che l'uomo sia sempre alienato fintanto che non riconosca se stesso in ciò che fa e produce.

In questo senso possiamo spiegare l'Alienazione come un fenomeno di estraniazione da noi stessi, da ciò che abbiamo in noi di più profondo; un'Alienazione che ha luogo quando non abbiamo la possibilità di "trasformare il mondo" in oggetti (in senso filosofico, ossia ogni cosa che il soggetto percepisce come diversa da sé, compreso tutto ciò che è pensato), oppure gli oggetti che produciamo non ci corrispondono e noi non troviamo noi stessi in quegli oggetti.

Questo intendeva Karl Marx quando affermava che la divisione parcellizzata del lavoro industriale, insieme all'estraniazione dai mezzi di produzione, rendevano la classe operaia soggetta ad Alienazione, ossia a quel processo che estranea un essere umano da ciò che fa fino al punto da estraniarlo da se stesso.

C'era, forse, in Marx una riduttiva concezione del concetto di lavoro, senz'altro segnata dagli usi e dai costumi di un'epoca in cui il lavoro era pressoché totalizzante, ma se proviamo ad incollare la sua definizione ai soggetti che incontriamo in terapia, ci accorgiamo che questo è il vero altro rischio che corrono: essere spesso estranei a ciò che fanno fino al punto da estraniarsi da se stessi.

Ogni uomo si può dunque dire alienato laddove non riesce o gli è impedito di riconoscerci nel prodotto del suo agire e del suo pensare. La cura educativa deve allora necessariamente fondarsi, oltre che sullo sviluppo del'autonomia e della capacità di amare, anche nell'abilitare il più possibile ogni soggetto a diventare capace di manipolare il mondo ricevendo da questi segnali di gratificazione.


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venerdì 14 luglio 2017

All'indispensabile lavoro educativo o (nel caso di blocchi, patologie, difficoltà: terapeutico) sull'Autonomia, di cui abbiamo discusso nel nostro precedente articolo, segue necessariamente il lavoro altrettanto fondamentale sull'Amore, sull'affettività, secondo sostanziale elemento del nostro "A.A.A. Project".

Nessuno, infatti, può negare che una gran parte del nostro benessere e, quindi, della nostra possibile felicità, del nostro sentirci in sintonia con il mondo e le persone con cui viviamo, passi dalla possibilità che ognuno di noi ha (e si dà), di poter amare e essere amato, e una crescita (o terapia) degna di questo nome non può non guardare con estrema attenzione alla grande questione dei sentimenti e alla nostra capacità di saperli vivere il più possibile nella loro pienezza, compresa quella pienezza che entra nel campo della sessualità.

Eppure, tranne in quelle situazioni in cui la domanda di cura si esplicita, più o meno direttamente, in quello che potremmo definire "maldamore", raramente le terapie convergono o tengono in dovuta considerazione questa imprescindibile esigenza dell'essere umano, soprattutto laddove si ha a che fare con l'area della disabilità.

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L'esperienza clinica ci insegna, tuttavia, che quando un qualche tipo di malessere, di disagio, di disabilità ostacola l'esistenza (e soprattutto l'esistenza dei soggetti più indifesi e inconsapevoli: i bambini), l'amore per primo rischia di farne le spese: sia laddove diviene così protettivamente soffocante da non lasciare spazio all'autonomia, sia laddove si riduce o si distorce sotto l'azione deformante del disconoscimento, ovvero di quel processo che porta l'Altro che dovrebbe amarci (ad esempio i nostri genitori) a non riconoscerci, perché rifiuta la nostra difficoltà (patologia, disagio) e noi con lei, o perché la nostra immagine non corrisponde alle sue aspettative.

Certo, si tratta di posizioni per lo più agite inconsapevolmente, che spesso gli stessi genitori subiscono loro malgrado -e per questo ci si deve prende cura di loro.

Tanti, infatti, sono i padri e le madri che abbiamo incontrato e incontriamo in terapia la cui più grande fatica è davvero amare i figli per quello che sono, con le loro difficoltà e le loro impossibilità -non necessariamente organiche o conclamate. E tanti sono, parimenti, i padri e le madri che, pur riconoscendo tali difficoltà, vi si sostituiscono, impedendo al soggetto in disagio di affrontarle e, quindi, di superarle.

A queste dimensioni in cui emerge la necessità di curare l'amore, si aggiunge poi il lavoro con il soggetto portatore del disagio che per primo deve crescere nella possibilità di sperimentare l'amore: con i genitori, i fratelli, gli amici affinché, quando verrà il tempo e se verrà il tempo, questa sperimentazione possa provare a trovare approdo in una relazione d'amore adulto che non escluda la fondamentale connaturazione sessuale.

Ognuno come può e quanto può, ma secondo possibilità che, anzitutto, devono essere cercate e progettate e non pregiudicante da posizioni ideologiche o morali, come purtroppo spesso accade con questi uomini e queste donne che, troppo a lungo considerati minorati, finiscono spesso per essere trattati tutta la vita come minori, eterni bambini eternamente castrati.

Insieme all'Autonomia, l'Amore è, dunque, l'altra grande configurazione esistenziale su cui necessariamente si deve posare la nostra attenzione di terapeuti (ci occuperemo della terza "A": l'Alienazione, nel prossimo post), aiutando il soggetto in difficoltà e l'universo affettivo-educativo in cui vive a conoscere e riconoscere appieno questo vitale e benefico, imprescindibile elemento dell'esistenza umana.


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lunedì 26 giugno 2017

La centralità dell'eudaimonia, che nel nostro ultimo post abbiamo descritto come quello strano insieme di autonomia, felicità e orientamento al benessere attraverso il riconoscimento di ciò che determina il nostro malessere, si configura, nel nostro metodo, in una vera e propria filosofia di intervento che abbiamo chiamato "A.A.A. Project" e che si riferisce a tre grandi aree di operatività terapeutica: Autonomia, Amore, Alienazione.

Si tratta di tre principi cardine che vorremmo esplicitare a partire da questo scritto, poiché sul loro sano equilibrio si fonda, a nostro avviso, quel benessere che a volte è messo a repentaglio proprio perché uno o più di questi elementi viene meno o riduce drasticamente la sua fornitura di vitale energia nel serbatoio delle nostre esistenze.

Per quel che concerne l'Autonomia (oltre alle riflessioni già spese, appunto nel post "Sviluppa il tuo demone"), nonostante l'uomo, tra tutti i viventi, sia colui che più abbisogna, si riconosce e si esprime nella socialità, ossia nell'incontro con l'Altro; tale istinto costitutivo si fonda (come spesso accade alle cose dell'umano) sul paradosso di aver sì bisogno degli altri, dell'Altro, ma di essere tanto "più felice" quanto meno siamo costretti a fare ricorso a questi altri, a questo Altro.

 CORSO PER GENITORIIn altre parole, il bisogno dell'Altro senza la necessità dell'Altro, fa sì che questo Altro, affinché risulti benefico, debba essere scelto da noi e non subito, il che significa, per quel che concerne il nostro discorrere, che qualsiasi terapia degna di questo nome, deve operare anzitutto sullo sviluppo delle autonomie.

Crescere, e crescere bene, sembra dunque risolversi in questa formula: procedere nella nostra evoluzione in modo da aver sempre meno bisogno dell'Altro, affinché il bisogno profondo dell'Altro che ci connatura possa essere esperito come puro e sottile piacere del confronto, della crescita, del progetto, dello scambio, della costruzione, e non quale ricorso e soccorso indispensabile a una qualsiasi tipologia di salvezza.

Certo, nessuno al mondo può dirsi totalmente immune della necessaria presenza salvifica dell'Altro  ma forse crescere significa proprio trasformare quell'Altro che dal concepimento alla nascita (e per un lungo tratto della vita) ci è insostituibile, in quell'Altro che diviene il nostro compagno di viaggio, non la nostra imprescindibile stampella.

Ciò detto, ci sembra di tutta evidenza come, proprio nella pratica terapeutica, tutte le forme di disagio, grandi o piccole che siano, mostrino in qualche misura un depauperamento di questa autonomia, cioè un incremento della necessaria presenza dell'Altro e che, quindi, proprio in direzione di un rinforzo di questa autonomia e di una sottrazione dell'Altro si debba anzitutto lavorare.

A prescindere dalla condizione di difficoltà che ognuno vive e dalla eventuale presenza di una diagnosi che la conclama trasformandola nello stridente nomignolo di qualche sindrome o patologia, non esiste essere umano che non abbia bisogno di un suo consimile per realizzare se stesso o per realizzare qualsivoglia altra cosa (sarà questo il tema del secondo capitolo del nostro A.A.A.Project, quello relativo all'Amore). Tuttavia, il grado di benessere di ognuno di noi, si misura nella capacità di poter fare il più possibile a meno di questo Altro in termini di soccorso o pronto soccorso, pur non rinunciando a realizzare se stessi o a realizzare qualsivoglia altra cosa, compresa quella cosa che chiamiamo "relazione".

Nessuno sfugge a questa condizione e chiunque si trovi in questa difficoltà, dal disabile al più performante degli uomini, deve essere aiutato anzitutto a conquistare il più ampio spazio di autonomia che gli è possibile. Questa sarà la misura della sua felicità. Questa la misura della nostra terapia.

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mercoledì 31 maggio 2017

Tra gli antichi greci e poi presso i latini il vocabolo "eudaimonia" (in greco: εὐδαιμονία) stava ad indicare qualcuno che poteva considerarsi felice in virtù del fatto che era riuscito a dirigere verso il bene (εὖ, eu) la propria sorte, il proprio demone (δαίμων, daimon); intendendo per "demone" alcunché di negativo, ma una specie di "spirito guida"' capace di indicare non cosa fare di buono, ma cosa non fare di male e, attraverso questi suggerimenti, spingere il soggetto -appunto- verso il bene, verso il proprio ben-essere. Come se qualcuno ci aiutasse a trovare la strada di casa (il nostro benessere) aiutandoci a non intraprendere le strade che ci portano altrove (verso il nostro malessere). 

Si tratta di un procedimento squisitamente terapeutico e, in particolare, di quell'approccio pedagogico che da sempre perseguiamo.

A discapito di tutte le volte che ci hanno detto "è per il tuo bene", a discapito di tutte le volte che incautamente lo diciamo ai nostri figli, nessuno può dire veramente ciò che è il "nostro bene", ciò che ci rende davvero felici. Scoprirlo è un percorso che si snoda lungo la strada della vita, attraverso sperimentazioni, successi e insuccessi. Noi e solo noi possiamo imparare la nostra felicità andando incontro al mondo e agli altri con rispetto e meraviglia.

Questa è la strada su cui dobbiamo accompagnare i nostri figli, studenti, educandi; quel camminino non scevro da pericoli che conduce alla nostra piena individuazione.

Non è un caso se da "eudaimonia" discenda fino a noi il vocabolo "autonomia", che a questo punto potremmo tradurre con: "sviluppa il tuo demone", cerca la tua virtù, ciò che ti rende felice, vien a patti costruttivi con le disordinate reazioni primordiali (direbbe Jung). Insomma: conosciti, pensa alla vita come mezzo di conoscenza, sii curioso di te stesso e, cercandoti, scopri ciò che ti fa stare bene e perseguilo. 

Solo facendo fiorire questo "demone", ci racconta l'antica saggezza ellenica, solo raggiungendo la tua autonomia, ossia la capacità di creare a partire da s'è l'opera di sé, si raggiunge la felicità.

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Ma cos'è l'autonomia? Be', fondamentalmente, potremmo definirla la capacità di governarsi da sé, essere indipendente, sapersi autodeterminare e amministrarsi liberamente, non farsi dire da altri cos'è il proprio bene pur sapendo che (per citare il titolo di un bel romanzo di Margaret Mazzantini) "Nessuno si salva d solo", vale a dire che la mia idea di bene deve confrontarsi con quella degli altri e con il bene del mondo, poiché un'autonomia assoluta, che non tenga conto del mondo e degli altri, non può che produrre solitudine e malessere. 

Questa è dunque la forza del modello che proponiamo nel nostro centro, un modello che cerca di liberare il soggetto in cura da qualsivoglia categoria tassonomica per accompagnarlo a cercare la propria felicità attraverso la realizzazione di se stesso, aiutandolo -anzitutto- a scoprire ciò che genera il suo malessere e ciò che, per contro, volge verso la sua autonomia, senza dimenticare il rispetto del bene altrui e del mondo che ci circonda, ovvero quella cosa che chiamiamo "relazione".

Ma questa è anche, purtroppo, la lotta che spesso ci troviamo a combattere con tante famiglie che, loro malgrado, senza piena consapevolezza, sembrano operare in direzione contraria: non, cioè. cercando di favorire lo sviluppo e l'indipendenza dei loro cuccioli, ma, paradossalmente, frenandoli, sostituendosi ad essi ed imprigionandoli, anziché metterli nella condizione di sperimentare, di misurare la loro forza e le loro competenze attraverso progressive responsabilizzazioni.

Le modalità in cui questi veri e propri blocchi evolutivi si manifestano sono molteplici, come abbiamo modo di condividere con le famiglie che seguiamo in studio, ma anche nelle nostre formazioni destinate a genitori, educatori, insegnanti, psicologi, terapeuti e tutti coloro che operano con i nostri ragazzi.

In questo particolare scorcio di secolo, soprattutto, sembrano di fatto essersi acuiti non tanto i pericoli della strada, come tanta facile retorica populista vuol farci credere, ma i pericoli dettati dall'estrema fragilità di individualità non definite che poi sì, nell'incontro con la strada, non hanno gli strumenti per venire a patti con la complessità delle varie fenomenologie umane.

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mercoledì 19 aprile 2017

Negli articoli precedenti ci siamo soffermati a cercare di descrivere la nostra criticità rispetto a certi orientamenti eccessivamente psicocentrati e, soprattutto, volti all'ansiogena ricerca di risposte che, spesso, trovano quiete solo nella definizione di una diagnosi la cui funzione, anziché essere l'inizio di un processo complesso e articolato, ne determina la fine o, peggio, l'illusione della diagnosi quale panacea, si trasforma in una perenne rincorsa all'eziologia più precisa e perfetta, dimenticando che (mai come nelle situazioni di disagio psichico e sociale) la naturale spinta alla guarigione che la diagnosi promette, si concreta solo nel viaggio della cura.

Come Antonella, che ricevo per la prima volta in studio ormai diciottenne, dopo che da sempre combatte, insieme alla sua famiglia, contro una complessa malformazione cerebrale con crisi epilettiche in comorbilità con un'infinità di altri disagi. Antonella, infatti, ha un campo visivo ridotto che spesso è causa di cadute e fratture; Antonella ha progressivamente sviluppato una condizione di sordità per cui le è stato innestato un impianto cocleare che però non ha mai funzionato; Antonella ha un linguaggio pasticciato, e soffre perché capisce ma fatica a farsi capire; Antonella non ha il senso del tatto, mentre il senso dell'olfatto pare sviluppatissimo e sente sempre odori fastidiosi; Antonella grazie alla numerosa comunità di zii, nonni, cugini è stata coccolata, vezzeggiata, supportata, trasportata da una parte all'altra dell'Europa in cerca dell'ultima diagnosi -appunto- sempre quella definitiva, ma nessuno si è mai soffermato ad ingegnarle come si fa una pastasciutta (e che sorriso quando scolò da sola i suoi primi maccheroni fumanti), a comprarsi un vestito, a stare in casa da sola, insomma tutte quelle piccole e grandi cose che fanno davvero la vita.

Oppure Alberto che, dopo pochi mesi dall'inizio della scuola primaria, ancora fatica con penne e quaderni. Cosi le maestre convocano i genitori perché, dicono: "Alberto è lento, non sta al ritmo dei suoi compagni," e aggiungono: "Siamo un po' preoccupate." -dopo appena sei mesi!!! Comunque, due genitori che fanno? Ovviamente si preoccupano anche loro. In effetti Alberto è lento anche a casa, nel vestirsi, nel mangiare e, allora: alle visite neuropsichiatriche si susseguono quelle psicologiche e logopediche, senza farsi mancare un buon psicomotricista e via speculando. Dopo un anno di indagini nulla risulta, intanto però Alberto è ancora lento, ha una bella etichetta per cui persino i compagni hanno iniziato a prenderlo in giro e, così, inizia a isolarsi e a odiare la scuola. Ma perché nessuno ha pensato che, mentre si cercava di capire perché era lento, forse bisognava provare a renderlo più veloce con adeguate strategie che non fossero il semplice chiedergli di sbrigarsi?

Troppe volte l'amore, la paura che l'altro non ce la faccia, che soffra, che faccia troppa fatica, il dolore, i sensi di colpa, mischiati al desiderio che diagnosi e medicamenti portentosi risolvano ogni cosa, fanno dimenticare che la vita, quella vera, si esprime unicamente nel suo procedere ed ha per ognuno le sue salite, i suoi inciampi, le sue possibilità e impossibilità, e, per tutti, i suoi traguardi senza i quali la mera sopravvivenza ha la meglio sulla vita.

Troppe volte siamo preda del millenario paradigma che chiede di capire prima di agire e non ci accorgiamo come, invece, la vita, nella gran parte delle sue manifestazioni: prima agisce e poi, grazie al sua agire, giunge a capire.

 CORSO PER GENITORIQueste riflessioni, frutto di tanti incontri con soggetti e famiglie che, rincorrendo il miraggio della diagnosi, dimenticano il cammino della cura, non intende demonizzare i vari test diagnostici o gli approcci disciplinari di qualsivoglia specie, ma l'uso indiscriminato che spesso se ne fa. 

Come abbiamo scritto in vari articoli, vogliamo semplicemente denunciare la propensione pedagogica che spesso manca nei vari tentativi di giungere alla guarigione e al benessere, di affrontare l'inciampo fisico e psichico: la cura educativa che guida il nostro operare distinta dagli approcci indagativi di qualsivoglia tipologia. 

Infatti, mentre ogni diagnosi prevede (per dirla breve e chiedendo perdono per il necessario riduzionismo) la determinazione della natura o della sede di un qualche tipo di malessere, il perché di determinati comportamenti, dell'agire disfunzionale degli individui; la pedagogia, si occupa di progettare quell'agire affinché diventi funzionale e costruttivo.

Il fine ultimo della pedagogia, non è quello di creare teorie entro cui riconoscere il malessere o il comportamento più o meno disfunzionale di un individuo, o riconoscere il malessere o il comportamento più o meno disfunzionale di un individuo entro i confini di alcune teorie per poterlo denominare; ma di costituire, anche a partire da quelle teorie, processi di intervento spendibili nella pratica immediata affinché quell'individuo (lui e nessun'altro) riduca o elimini ogni comportamento disfunzionale. 

Per questo le parole di ogni diagnosi sono lontane dalle parole del pedagogista. Mentre le diagnosi parlano di "disturbi", e con essi finiscono spesso per determinare in negativo il soggetto, appunto, "dis-turbato", cogliendone anzitutto l'affezione patologica o, comunque, disfunzionale; il pedagogista parla di "bisogni" (non a caso declinabili in "bi-sogni"), centrando la sua attenzione sulle risorse che quel soggetto può mettere in campo per rivolgere in positivo la condizione di difficoltà che sta attraversando. 

Il sintomo da cui entrambi partono è il medesimo, ma cambia diametralmente la modalità di osservarlo e di curarlo, ossia di prendersene cura -e, infatti, la diagnosi si risolve in un agire indagativo che cerca di guardare dentro l'individuo, mentre la pedagogia si svolge in un agire educativo che cerca di tirare fuori (ex-ducere) dall'individuo il meglio di sé. 

È questo il motivo che, nel nostro centro, ci sollecita (a differenza di quanto si è soliti fare) a privilegiare l'azione pedagogica, senza omettere ogni necessaria attenzione teorica, bensì cercando di esaltare, per il benessere delle persone che curiamo, questa proficua complementarietà.


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martedì 21 febbraio 2017

Negli intricati meccanismi che regolano l’economia di mercato, domanda e offerta sono più che interconnessi. Non sfugge a questa legge l’universo delle patologie della psiche, per cui non stupisca il fatto che migliaia di professionisti della cura già sul mercato e altrettante migliaia che gli opifici universitari sfornano ogni anno, siano anche il naturale volano per la creazione di nuovi disturbi e patologie, o per l’incrementare dei vecchi.

Attualmente di soli psicologi in Italia se ne contano circa 1 ogni 500 abitanti e nel solo 2016 altri 60.000 se ne sono laureati, se a questi aggiungiamo tutte le altre figure sorelle (psichiatra, neuropsichiatra, pedagogista, psicomotricista, counselor, life coach, etc.), è come se in ogni condominio ci fosse almeno un terapeuta del benessere psichico e, quindi, più di una patologia da trattare -o inventare.

[non a caso, per sopperire a tanta offerta, dopo l’investitura a norma di legge dello psicologo scolastico, molti iniziano a delirare sulla necessità dello psicologo di base (stesse necessità di mercato portarono tempo fa alla moltiplicazione delle insegnanti nella scuola elementare, con conseguenze tutte ancora da comprendere), così come è sempre più diffusa la nascita dii poliambulatori in cui convergono molteplici figure del benessere psicofisico spesso dispensando terapie più che sottocosto cui corrispondono, ovviamente, professionisti più che sottopagati e, forse (forse), cure un tanto al chilo]

L'interconnessione tra offerta e domanda attribuisce però, come si sa, anche un ruolo fondamentale a quest’ultima. Infatti, insieme alla spinta esorbitante dell’offerta, a generare il preoccupante incremento dei casi in età pediatrica (in particolare quelli di “disabilità intellettiva”, ma non solo), contribuiscono anche atteggiamenti inadeguati strettamente connessi agli attori che -appunto-strutturano la domanda.

Ci riferiamo, in particolare, alla sempre più diffusa deresponsabilizzazione educativa delle istituzioni, famiglia e scuola in testa -che, invece, se ben riportate nell'alveo del loro mandato e supportate da adeguati strumenti formativi, potrebbero essere il più efficace strumento di prevenzione di molti disagi, disturbi, patologie che, invece, finiscono per trovare la diagnosi quale unica soluzione di conforto.

Disturbo dello sviluppo e del linguaggio, disturbo specifico dell’apprendimento, disturbo dell’attenzione (con o senza iperattività), disturbo oppositivo provocatorio, disturbo d’ansia da separazione, depressione infantile, cutting e altre forme di autolesionismo, dipendenza da internet e videogiochi, ritiro sociale e auto reclusione… etc.

Con diverse vesti e motivazioni, prolificano dunque le diagnosi psichiatriche, tanto che negli ultimi anni sono più che triplicate, così da certificare almeno un minore su quattro, con conseguente percorso terapeutico (of course) e, per quel che concerne la scuola, piano didattico personalizzato nonché, laddove occorre, educatore di supporto o insegnante di sostegno.

Un minore su quattro è davvero un dato mostruoso, significa che in ogni classe abbiamo almeno uno o più studenti con qualche problematica che necessitano, quindi, di una didattica speciale che -ahinoi- la nostra scuola (sia per risorse economiche, che per formazione -tranne i soliti casi più unici che rari) non è per nulla in grado di garantire.

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Ora, cerchiamo di capirci: o queste diagnosi restituiscono uno scenario reale, e allora dovremmo seriamente preoccuparci, pensando anche a una riconfigurazione della scuola che tenga conto di questa pandemia; o il sistema-diagnosi ci ha un po' preso la mano e stiamo etichettando una generazione costringendola a confrontarsi con problemi che -di fatto- non ha; oppure, come io credo, c'è qualcosa di distorto nell'intero sistema educativo che prima produce il problema, poi lo certifica, quindi cerca di curarlo senza minimamente interrogarsi su quanto sia lui il malato.

In una recente pubblicazione ("Primo, non curare chi è normale", in libreria per i tipi di Bollati Boringhieri), il noto psichiatra americano Allan Frances ribadisce ciò che da tempo andiamo denunciando: la delicatezza con cui andrebbe trattato ogni approccio diagnostico.

In linea con Frances, la nostra esperienza clinica e formativa, ci suggerisce con una certa inequivocabilità, quanto lavoro ci sia ancora da fare affinché ogni riduttivo utilizzo della diagnosi come strumento privativo, divenga semmai una risorsa attraverso cui leggere la realtà (o, meglio: una realtà) e, conseguentemente, riflettere su come operare su di essa e non, come troppo spesso accade, una gabbia che imprigiona la realtà in una o più definizioni fossilizzanti.

Il lavoro terapeutico su migliaia di casi con persone della più differente provenienza sociale e culturale, suggerisce, con sempre più evidenza, come la gran parte dei mal funzionamenti, dei disagi, dei disturbi e persino di alcune sindromi che colpiscono bambini e ragazzi (e che, quindi, domani, determineranno il loro essere adulti), sono -in maniera statisticamente rilevante- causati dall'inadeguatezza (oggi come mai) dei sistemi educativi, anzitutto genitoriali, che impediscono al soggetto una sana e adeguata crescita, andando ad incidere a livello psichico, come a livello fisico (non bastassero millenni di riflessioni, l'epigenetica ha stabilito, per sempre, quanto i nostri comportamenti e le nostre abitudini modificano il nostro apparato genetico).

Si pensi, per fare un solo semplicissimo esempio, alla drastica riduzione del sonno: diffusissima cattiva abitudine di tanti troppi bambini.

Il sonno, infatti, è correlato con importantissimi assi metabolici, sempre fondamentali tanto più durante l'infanzia e l'adolescenza, come, ad esempio quelli dell'ormone della crescita (GH) che supporta lo sviluppo dei tessuti e dei muscoli e viene rilasciato per lo più durante il sonno, ma necessità, per ben funzionare, che i bambini e i ragazzi dormano profondamente e non si sveglino per diverse ore (10-13 ore per i bambini in età prescolare, 9-11 ore per i bambini fra i 6 e i 13 anni, 8-10 ore per gli adolescenti).

Allo stesso modo il cortisolo (responsabile della regolazione degli eventi stressogeni) modifica i suoi picchi in condizione di privazione del sonno; Così come, la perdita del sonno altera il naturale innalzamento leptinico (un ormone proteico) notturno, impedendo un normale controllo della sazietà e incentivando il sovrappeso, quando non l'obesità, il rischio di diabete e di valori elevati di pressione arteriosa.

È sufficiente?

E ci siamo soffermati solo sul sonno. Vogliamo parlare di come mangiano i nostri bambini? Di quante ore passano davanti a videogiochi e affini? Di come vengono tanto protetti da non sopportare alcuna frustrazione? Di come hanno talmente ridotto lo spazio tra desiderio e sua realizzazione da maturare una atrofizzazione del desiderio stesso? Di quanto sono sedentari?

Potremmo continuare, ma immagino sia chiara, a questo punto, l’esposizione ai rischi cui stiamo sottoponendo le nuove generazioni e l'assurda ostinazione a non volersene occupare con anticipo, anziché ricorrere, poi, a interventi invasivi e etichettanti o, addirittura, farmacologici; quando in molti, moltissimi casi, basterebbe prendersene cura, ripristinando modelli educativi corretti e conformi all'evoluzione (involuzione?) della società contemporanea.

Per questo, nei nostri interventi cerchiamo, fin dove è possibile, di non coinvolgere direttamente i bambini e i ragazzi, ma di lavorare con i genitori, la scuola e, più genericamente, l'universo affettivo e educativo che circonda ogni giovane creatura affinché, sia a livello preventivo, che nelle situazioni di difficoltà conclamata, modificando le inefficaci modalità di intervento, scompaiono gli atteggiamenti disfunzionali, riconquistando le condizioni di benessere.


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lunedì 9 gennaio 2017

Nel post precedente ("Non cercare gatti neri in una stanza buia") abbiamo cercato di fare un po' di chiarezza attorno alle modalità che caratterizzano il nostro intervento, palesandone la sostanziale distanza rispetto agli orientamenti più psico-centrati. 

Beninteso, non è nostra intenzione demonizzare la psicologia, ma riflettere sul suo utilizzo esacerbato che, come bene dice il sociologo Frank Furedi ("Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana") negli ultimi decenni ha visto quasi ogni aspetto della nostra vita finire sotto il microscopio degli psico-esperti, una vera e propria iperdiffusione di linguaggi e pratiche psico-qualcosa cui più nessuno sembra esente -e non necessariamente perché frequenti lo studio di qualche psicologo o affini, ma perché il nostro linguaggio si è imbastardito di termini che afferiscono a una cultura della psiche di cui, per altro, spesso si ignorano i fondamenti. 

E allora: ecco bambini “stressati” o a cui viene diagnosticato uno stato di depressione o trauma da non-so-che; mentre altri vengono marchiati da etichette delle più diverse psicopatie; oppure, tanto più in voga, un bel disturbo, che ormai non si nega quasi più a nessuno e ne esistono di così tanti tipi che è difficile non trovare quello che di adatta a qualsivoglia caso specifico.

Un esempio su tutti? I bambini un tempo vivaci, turbolenti, disattenti che, invece, oggi sono affetti da "disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività", categoria che tutti rassicura e evita, altresì, la fatica di interrogarsi su una generazione che, nel pieno delle sue vulcaniche e telluriche energie, è costretta seduta per 8 ore scolastiche e poi di nuovo seduta davanti a Tv, Pc, Play Station e quant'altro; per non parlare degli effetti nefasti di un'alimentazione per lo più strabordante di zuccheri raffinati e povera di verdure e frutta -tanto da cominciare a pensare che quei bambini che vanno in escandescenza iperattiva siano in verità i più sani: ribelli a un mondo che li vuole zombizzare. 
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Secondo Furedi l’affermarsi di questa cultura “terapeutica”, coincide con una radicale ridefinizione delle personalità, una sorta di lavaggio del cervello collettivo in cui si incoraggiano le persone a vedersi come impotenti, insicure, vulnerabili. 

A questa parossistica diffusione dell'uomo come soggetto fragile e vulnerabile, sempre in balia di sintomi che vanno etichettati, diagnosticati e terapeutizzati, noi prediligiamo una definizione dell'uomo  come soggetto carico di risorse, un soggetto capace di riflettere su di sé, di collaborare attivamente alla definizione dei “disagi” che lo attanagliano e di produrre quella conoscenza necessaria alla sua cura.

Un soggetto che va, dunque, aiutato, a uscire da qualsivoglia (pur rassicurante) definizione che lo interpreti e lo ingabbi, per accompagnarlo -invece- a compiere quel viaggio nel "conosci te stesso" che ha salvifiche e profonde radici nella storia dell'uomo -e tanto più, quanto più questo soggetto è debole, in crescita, in formazione.

Ma affinché questo accada, è necessario costituire una nuova alleanza tra scuola e famiglia, ognuna concentrata alla risoluzione delle problematiche emergenti nel contesto cui partecipano e disponibile all'incontro e al confronto, percependo l'altro non come parte del problema, ma quale agente funzionale: attori paritetici di un'equipe diffusa e concentrata che, anziché cercare l'ennesima diagnosi che tutti rassicura e solleva da ogni responsabilità, operi alla presa in carico del proprie responsabilità sul malessere del bambino o del ragazzo, con la volontà di mettere in discussione anzitutto se stessi.

Infatti, nella cocente battaglia tra inadeguatezza della scuola e inadeguatezza della famiglia, tanto più esasperata quanto più il problema del minore si fa manifesto, ciò che sembra tristemente vincere è proprio l'etichetta, la diagnosi quale triste mediatore simbolico che tutti appacifica e tutti deresponsabilizza, trasformando quelle molteplici questioni che (spesso) famiglia e scuola potrebbero risolvere, in una questione che, in quanto organica, appartiene esclusivamente allo studente.

Combattiamo ogni giorno affinché scuola e famiglia si sperimentino in una nuova alleanza, a favore dello studente, del bambino, del ragazzo e contro ogni tipo di etichettamento che ne svilisca le opportunità.

Questo non significa, ovviamente, che non sia necessario utilizzare gli strumenti attualmente a disposizione per fare diagnosi accurate e accedere, laddove è possibile, ad elementi di osservazione non altrimenti visibili, ma che la diagnosi non deve diventare (come invece sta purtroppo accadendo) una specie di antibiotico sociale, una falsa panacea che nasconde le questioni sotto il tappeto per non farci fare la fatica di affrontarle.

Sono ormai davvero troppe le difficoltà che le nuove generazioni esprimono e che il mondo adulto, anziché interrogarsi sulle proprie deficienze, risolve attribuendo deficienze, più o meno organiche, al minore.

Per questo il nostro approccio anzitutto si pone nell'ottica di non creare dipendenza, di non anestetizzare, ma opera affinché il soggetto in difficoltà si riconosca quale esperto di sé e impari a condividere il proprio sé con la comunità affettiva e educativa che lo circonda, consapevole che nessuno si salva da solo ma che, al contempo, nessuno si salva se imprigionato entro definizioni che divengono pregiudizi e, troppo spesso, generano profezie.


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